Processo per Sergio e Agnese
Tempo di repressione - tempo di solidarietà!

08/04/2005
CroceNeraAnarchica ha diffuso ieri notte la notizia della messa agli arresti domiciliari di Sergio per ragioni di studio.
Sergio si troverebbe a Roma presso l'abitazione dei familiari.


David, il ragazzo arrestato dopo il corteo in solidarietà con Sergio e Agense ad Arezzo, è stato rilasciato.

Su Indymedia David lancia un appello ai partecipanti al corteo che hanno assistito al suo pestaggio affinché testimonino in suo favore. E' infatti accusato di resistenza e violenza contro pubblico ufficiale.


Resoconto del processo a Sergio e Agnese

Sergio e Agnese (che erano stati accusati di aver messo un ordignio esplosivo sotto la macelleria Alfredo di Arezzo) sono stati condannati oggi a 2 anni e 8 mesi lui e 2 anni e 6 mesi lei.

Dopo questa sentenza (a cui il giudice è arrivato senza avere a disposizione prove consistenti se non solo sospetti che i due militino nel movimento anarco-animalista) ci sono state diverse lacrime, ma anche tanta rabbia.
Sergio è stato subito riportato nel carcere di Palmi dove ora è rinchiuso mentre chi era al processo per dare solidarietà e far vedere che la repressione non ferma chi vuole lottare contro lo sfruttamento e la distruzione della terra ha improvvisato un corteo per le vie del centro gridando SERGIO LIBERO e spiegando uno striscione che diceva SERGIO LIBERO, COMPAGNI NELLA LOTTA FRATELLI NEL CUORE

Arrivati nel corso di Arezzo uno squadrone di poliziotti (che veniva da difronte alla testa del corteo) in assetto antisommossa non ha neanche intimato a disperdere il corteo ma ha caricato subito.
I manifestanti si sono divisi subito in due gruppi scappando dalle cariche che sono entrate prima in una via laterale destra del corso poi nella stessa alla laterale sinistra.

La seconda carica ha fermato David Martin (un ragazzo che già era stato manganellato nella prima carica) e dopo aver cercato di immobilizzarlo è stato malmenato a manganellate e calci.
Oltre a David le manganellate sono state prese anche da un altro ragazzo, colpito in faccia e sul gomito. Aveva difficoltà a muovere il braccio. A una ragazza invece erano stati rotti gli occhiali.
A un altra ragazza che stava scattando foto dell'arresto e le percosse a David è stata rubata la fotocamera, cancellate tutte le foto in memoria e poi sbattuta per terra.

Il video riprende il momento in cui lui (vestito di nero) cerca di liberarsi, ma viene trattenuto, preso a calci e sbattuto per terra.

Ora David Martin si trova nel carcere di Arezzo.
Gli sono stati contestati i reati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale e forse anche partecipazione a manifestazione non autorizzata.
Il luogo e il giorno del processo non sono ancora stati comunicati ma si sa che sarà per direttissima.

I telegiornali locali parlano di un corteo violento e di due sbirri ricoverati all'ospedale ma sappiamo benissimo che i violenti sono quelli che usano il manganello per imporre un'azione, chi imprigiona e chi sfrutta la terra in nome del profitto!


Giovedì 27 gennaio 2005 presso il tribunale di Arezzo si terrà una delle udienze del processo a carico di Sergio e Agnese, accusati di danneggiamento a 19 tra macellerie e pelliccerie e di aver posto un congegno incendiario davanti ad una macelleria nel centro di Arezzo.
Queste azioni si sono verificate in due notti successive nel marzo del 2004.

In seguito ad alcune perquisizioni e ad un paio di mesi di indagine Sergio è stato tratto in arresto nel mese di maggio, immediatamente spedito in carcere a Roma, e Agnese ha avuto restrizioni come l'obbligo di stare in casa la notte, il confino nella città di Arezzo e successivamente la firma alcuni giorni la settimana. Sergio dopo un mese di carcere è stato messo ai domiciliari dai suoi genitori.

Adesso Sergio è di nuovo rinchiuso in un carcere, arrestato il 27 luglio durante una tanto eclatante quanto fantasiosa manovra repressiva contro il movimento anarchico, che nella stessa mattinata ha visto perquisire almeno 40 abitazioni, e trarre in arresto 4 compagni con l'accusa di associazione sovversiva (art 270 bis del Codice Penale). Sergio, David, Simone e Marco sono accusati di far parte di una fantomatica "associazione sovversiva" responsabile dell'invio di pacchi bomba, l'uso di esplosivo contro il Tribunale di Viterbo, l'attentato alla macelleria di Arezzo etc. Molte delle "prove" che il PM ha in mano sono intercettazioni ambientali e telefoniche abilmente manipolate, oppure per alcuni un semplice legame di conoscenza. Questo basta per arrestare delle persone di fronte allo spauracchio del cosiddetto terrorismo, metterle in isolamento, riservargli trattamenti a base di minacce e percosse.
L'uso del reato di associazione sovversiva è sfruttato a più non posso per reprimere movimenti con ondate di arresti preventivi e perquisizioni, e questo è solo l'ennesimo esempio.

Di fronte alla chiara volontà di frenare qualsiasi pensiero critico sulla società in cui viviamo, riteniamo indispensabile esprimere ferma solidarietà a chi si trova a subire la forza repressiva dello Stato in tutte le sue possibili forme.

Sergio ha sempre dato moltissimo per una lotta volta alla liberazione di qualunque specie vivente sul pianeta, umani compresi, ha dato moltissimo per la campagna Chiudere Morini, e necessita di tutto il nostro appoggio.

In solidarietà a Sergio e Agnese sono state organizzate due importanti iniziative nella città di Arezzo, a cui speriamo di vedere una partecipazione numerosa.


Per mandare un saluto a Sergio questo è il suo indirizzo:

Sergio Maria Stefani
CC Palmi
Via Trodio 8
89015 Palmi (Reggio Calabria)

Forse non è facile scrivere per la prima volta ad una persona che non conosciamo, specialmente se si trova in carcere e quello che comunichiamo viene letto da spioni censori. Ma non sottovalutate l'impatto positivo che anche una vostra breve cartolina con dei saluti può avere su chi si trova rinchiuso in una gabbia, su di una persona che si trova incarcerata per le sue idee e che vive della condivisione di queste idee, del contatto umano con chi crede in un mondo completamente diverso.


Un comunicato di Sergio dal carcere

Da un prigioniero anarchico verde

Sono in carcere già da alcuni mesi ed esiste la possibilità che ci rimanga per lunghissimo tempo. Devo ammettere che quest’esperienza si sta rivelando meno devastante di quel che temevo. Con questo non voglio mancare di rispetto verso tutte/i coloro che soffrono profondamente per la loro prigionia, né fingere di ignorare la violenza del carcere che sin dall’ingresso, con la perquisizione corporale che stupra la tua dignità di donna/uomo, per proseguire con tutte le continue angherie, provocazioni o vere e proprie torture ad opera dei secondini, mira ad annientarti come individuo ed a strapparti qualsiasi forma di libertà ed intimità.

Forse però chi riusciva a vedere le sbarre e le catene che ci imprigionano fuori del carcere, di certo non soffre di meno, ma sarà meno traumatizzato dallo scontro con quella che è la più concreta e bruta manifestazione del dominio: la realtà carceraria. Chi poi è caduto vittima della vendetta dello Stato per la sua lotta per la libertà, può almeno consolarsi di essere evaso da un’altra galera, quella dell’obbedienza e della rassegnazione.

Sicuramente è duro essere privati della prossimità e del contatto delle compagne e dei compagni; è insopportabile vedersi i polsi stretti dalle manette; è odiosa l’inattività forzata e probabilmente i sogni di molti detenuti sono agitati dal rumore di un cancello che si chiude, ma non posso che sentirmi fortunato rispetto a chi non può concepire rapporto umano al di fuori del dualismo sfruttato-sfruttatore; a chi ha la giornata divisa in ore, minuti, secondi e ha al polso un orologio il cui ticchettio è fin troppo simile al tintinnare delle catene; a chi ha i propri orizzonti ristretti e occultati dal cemento di fabbriche e palazzi, lo stesso cemento di un muro di cinta o a chi è ormai talmente frastornato dalla cacofonia prodotta dalle macchine e dagli amichevoli elettrodomestici, dai proclami di radio e Tv e dallo squillo dei cellulari, insomma dal “benessere” tecnologico, da non riuscire più a sentire la voce della nostra Madre Terra che invita a riappropriarci della nostra esistenza, a riscoprire la gioia della comunione con la vita e l’esaltazione di essere ancora vivi e poter agire.

Diverse/i compagne/i mi chiedono contributi scritti ed io certo non potrei che essere entusiasta della possibilità di contribuire nonostante la prigionia cui sono sottoposto, ma la realtà è che il carcere non mi ha portato nessuna illuminazione e le cose da dire sono sempre le stesse, casomai è più forte la convinzione che queste siano giuste e che legittimo sia usare qualsiasi mezzo per abbattere un sistema che, non solo produce, ma tenta di legittimare il carcere e tutte le altre numerose gabbie.

Se una lezione posso trarre da quest’esperienza è la certezza che ne valga la pena: che è preferibile rischiare la propria vita e la propria libertà (non dimentichiamo che viviamo sotto la tecnocrazia capitalistico-industriale che non accetta contestazioni al di fuori della fisiologica pseudo-opposizione riformista facile al compromesso), piuttosto che vivere un’esistenza nel soffocante grigiore delle città e delle coscienze addormentate.

Non mi lamenterò mai di non aver raggiunto il fine della mia lotta, perché già solo decidere di agire in prima persona per distruggere ciò che vuole l’uomo, gli animali e la nostra Madre Terra come semplici risorse o merci, è stata la mia liberazione.

Il mio cammino come anarchico verde e come entità profondamente innamorata della vita in tutte le sue manifestazioni, forse mi ha portato tra le mura di una prigione, ma a prescindere da quanto grande si rivelerà quest’ostacolo non posso dimenticare tutte le persone meravigliose che questo cammino mi ha fatto incontrare, né la gioia profonda che mi ha regalato.

A me rimane la sensazione di essere più libero degli squallidi figuri che tengono in mano le chiavi della mia gabbia e la speranza che tutte/i le/i compagne/i che sono incazzate/i per la mia situazione, facciano tesoro di quello che provano e trasformino la rabbia in un’arma contro il sistema che mi vuole prigioniero e che continuino le lotte a cui mi sono sempre sentito vicino.

novembre 2004
un compagno libero